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lunedì 20 febbraio 2012

Il senso dei viaggi



"Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte". "Per questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. E' inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé".


Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

domenica 1 gennaio 2012

Quattro cose che ho imparato da questo 2011

1- Che quello che non si dice esiste lo stesso. Da studiosa della comunicazione, ho sempre difeso che il non detto semplicemente non esiste (parlavo a livello di arena mediatica). Ma non è così, quello che non si dice esiste eccome e, come dice il filosofo spagnolo Ortega y Gasset, "ogni realtà che si ignora prepara la sua vendetta", e prima o poi esce fuori.

2- Che le persone rispondono agli incentivi. Il vero altruismo -salvo rare eccezioni- non esiste, bisogna dare qualcosa in cambio. La ricompensa può anche essere solo il benessere personale, il piacere di aver aiutato, ma c'è. E quando la ricompensa che si può dare a chi ci aiuta non è quella che quest'ultimo si aspetta, quasi sicuramente smetterà di aiutare.

3- Che a volte è importante fermarsi a riflettere per un po', ma poi bisogna rimettersi in marcia. Non smettere mai di muoversi, anche quando apparentemente siamo fermi. Non smettere di azzardare.

4- Che non c'è nessuna situazione, per quanto disperata, da cui non si possa uscire. Possiamo non vedere la soluzione a prima vista, ma c'è. Basta aprire un po' gli orizzonti. E' come quando guardi un quadro da troppo vicino. Si vede tutto sfocato, non si distinguono bene i colori né le forme. Devi allontanarti qualche centimetro per vedere bene, per poterlo apprezzare. Con i problemi è lo stesso. Basta guardarli da un po' più lontano, per vedere il complesso ed intuire la soluzione. E senza allontanarsi troppo.


Foto di Antonio Ruiz

sabato 28 maggio 2011

Moving on

Vestiti, scarpe, asciugamani, computer, poster, fotografie, coperte, lenzuola, padelle, cd, film, libri. Un travestimento di carnevale che ti fa scappare un sorriso e una lacrima. Regali che non ricordavi più di aver ricevuto.

Oggetti di ogni tipo che non sanno fare altro che ricordarti la tua insopportabile sindrome di Diogene (perché mai non potrò evitare di accumulare cose su cose?)... ma che d'altro canto ti catapultano negli ultimi cinque anni della tua vita, nelle persone che l'hanno popolata, nelle esperienze vissute.

Questo è un trasloco. E io odio i traslochi. Non solo perché ti obbligano a disfarti di cose che non hai usato per anni e che -sicuramente- ti serviranno non appena ti trasferirai nella casa nuova (la legge di Murphy non sbaglia mai), ma soprattutto perché ti costringono a guardare indietro, a guardarti dentro e a fare i conti con la nostalgia.


Ciononostante, preferisco pensare alla parte positiva, e guardare il tutto come un nuovo inizio. Era così tanto tempo che mi ero 'accomodata' in questa casa e in questo modo di vita che ricominciare tutto da capo sarà una vera e propria scoperta.
Come vedere il mare per la prima volta.

lunedì 7 marzo 2011

Poesia dei non luoghi

“Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale né storico definirà un non luogo".

Stazioni, aeroporti, o centri commerciali: secondo l’antropologo Marc Augé, sono non-luoghi per eccellenza.

I non luoghi si oppongono per natura ai luoghi antropologici (una piazza, una strada storica, un parco…): spazi che creano identità per la popolazione, che favoriscono e rappresentano materialmente le relazioni tra gli individui che vi abitano, e che conservano la memoria collettiva degli eventi passati.

Le stazioni o gli aeroporti non hanno niente di tutto ciò. Non creano identità per le persone che li frequentano (sono, di fatto, luoghi di passaggio e nulla di più); non rappresentano né favoriscono le relazioni umane (a nessuno viene in mente di trovare nuovi amici in stazione); e infine non rappresentano la memoria collettiva di nulla. Sono, in definitiva, solo zone di passaggio, di saluti affrettati, di solitudine sfrenata nonostante la folla, di isolamento: non luoghi.

Eppure, nei non-luoghi come stazioni o aeroporti crepita ogni giorno la vita di migliaia di persone, vi bruciano momenti cruciali: addii, rincontri, relazioni, inizi. Se penso a noi, faccio fatica a considerare una stazione un non luogo.

Ma forse Augé ha ragione, perché ieri, agli occhi di chi passava anche solo a pochi metri da noi, probabilmente non eravamo altro che un’immagine come un’altra, senza storia e senza suono. Ma io so che si sbagliavano.

venerdì 24 dicembre 2010

Norbert

La mayoría de la gente se casa, tiene hijos, los hijos tienen hijos a su vez. Es lo normal.
Trabajan todo el día, acumulan dos estúpidas semanas de vacaciones al año, se llenan la vida de cosas y más cosas para tapar a los ojos de los demás el terrible vacío interior que padecen, y de vez en cuando se escapan un fin de semana de la ciudad para deleitarse en la ilusión de que no están podridos en el gris de un trabajo que no aman y que les desgasta.

Es increíble la cantidad de cosas de las que llenamos nuestro tiempo sólo para darnos la sensación de existir.

Pero allí estaba él. Nunca se casó, anti-móvil, una vida donada a la cooperación, su pasión. Un solitario, se podría pensar. “Si no tienes una familia no eres nadie”, me parece oírla, mi madre. Pero aquel solitario tuvo una familia más grande y más sincera que la de cualquier otro, tuvo una vida más llena que la de cualquier otra persona que haya elegido la vía ‘normal’: decenas de viajes, manifestaciones, gestos solidarios, miradas, amigos por todo el mundo, compeñeros de una sola cerveza o de una vida entera de charlas de barra. Y la sonrisa, siempre.

Nunca quiso ser convencional, ni hacerle concesiones a la sociedad, ¿cómo iba a hacerlo con la muerte? Si no podía vivir como él quería, al carajo todo.

Y parece que ganó también esa partida. Hace un año. Hace nada.

giovedì 9 dicembre 2010

Il lato B dell'eterno ritorno

Eterno ritorno. Eterno tormento? Non sempre e non necessariamente.

Alcune persone sono solite preoccuparsi di cose di cui si vorrebbero liberare, ma che continuano a perseguitarle e a ripresentarsi, sotto forme diverse, in modo ricorrente.

Poi però ci sono cose, eventi, o persone, che pensavi fossero rimaste nel passato, legate a un periodo della tua vita, e che invece ritornano, quando meno te l'aspetti, o quando più ne hai bisogno, e con una disarmante semplicità si ripresentano a te... e in qualche modo ti cambiano.

Forse perché ti ricordano, con la loro sola presenza, quello che eri tempo fa, e senza volere ti riconsegnano una parte di te che avevi perso. Così, perché sì. O forse perché le riscopri.

E allora non mi sembra così male l'eterno ritorno. Perché tra tutto quello che non avresti voluto rivedere, ma che le onde si ostinano a riportare alla riva, a volte ci sono anche persone che, invece, non avresti voluto perdere.

sabato 4 dicembre 2010

Poetica dell'ultimo minuto



"Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando".

Silenzio.

"Che sia troppo tardi, madame".

domenica 17 ottobre 2010

Il prezzo delle scelte

Quante volte ti sei trovata davanti a un bivio? Dovendo decidere da sola che strada prendere, che opzione sarà la migliore? Quante volte hai dubitato, ti sei fermata, hai chiesto aiuto alla vocina interiore, senza sentire una risposta, e alla fine hai scelto ad occhi chiusi, senza ragionarci su, solo seguendo l'intuizione?

E quante volte ti sei ritrovata a fare i conti con la vita, anni dopo quel bivio, e hai concluso che in fondo, sì, decisamente avevi preso la strada giusta, sei contenta di come siano andate le cose, rifaresti tutto, ecc. ecc. ecc.?

Così è come mi sento in questo momento: 4 anni fa presi -un po' alla leggera- la decisione di andare via dall'Italia, un po' per lavoro, un po' per amore (o quello che pensavo fosse amore). L'amore mi durò pochissimo, il lavoro mi è durato quattro anni, fino all'altro ieri.

Venerdì 15 ottobre 2010. Una data cruciale: nello stesso giorno sono rimasta senza lavoro ('sta benedetta crisi) e ho scoperto che quell'ex per cui avevo attraversato la frontiera sta per diventare padre. Forse è stata una coincidenza, forse no. Sarebbe potuta essere una tragedia greca, eppure non lo è stata. Per lui mi sono profondamente rallegrata: in fondo quel giorno presi la decisione giusta, permettendogli di trovare una persona più adatta a lui di quanto lo fossi io. Quanto a me, la nuova condizione di disoccupata non è una mia scelta, ma è un'occasione per dare un giro di 180 gradi alla mia vita (so quel che state pensando: "Ma non erano 360 gradi?". No! 360 gradi no, che se no torni al punto di partenza!!).

Insomma, nonostante la tormenta di notizie scioccanti che avrebbe tramortito chiunque, sono stranamente tranquilla. Venerdì si è semplicemente chiusa un'epoca. Tutto qui.

C'è solo una piccola spina che ogni tanto punge, e che non andrà mai via, lo so io e lo sai tu (che la decisione sia quella di andare, tornare, restare o lasciare): non saprai mai come sarebbe andata se al bivio avessi preso l'altro cammino.

Ma è una spina con la quale in fondo, nonostante tutto, impari a convivere. Perché è il prezzo da pagare per chi, almeno, una decisione la prende.

giovedì 16 settembre 2010

Schopenhauer, l'ottimismo e mio padre

Una volta, tempo fa, in uno di quei momenti un po' bui che ogni tanto capitano a tutti, mi sono ritrovata a discutere di ottimismo e pessimismo con una delle mie persone preferite al mondo: mio padre.

Io gli esponevo la mia teoria, che più o meno era questa: quando stai aspettando che succeda qualcosa nella tua vita in cui speri tantissimo, ma che non dipende direttamente da te, è meglio essere pessimisti, perché se poi quella cosa non arriva, almeno eri già preparato al peggio e non ne rimani tanto deluso, e se arriva tanto meglio. Il modello mi sembrava che non facesse una piega.

Invece mio padre, la cui abilità nel rigirare le mie teorie è comparabile solo alla sua pazienza, mi dice: "Sbagli, mia cara, conviene di più essere ottimisti. Immagina di dividere il tempo x in due metà (il prima e il dopo l'arrivo della notizia tanto attesa). Essendo ottimista, se alla fine la cosa va bene, stai bene due volte (prima e dopo l'arrivo della notizia), e se va male, almeno stai male solo nella seconda metà del tempo x considerato".

Insomma, in un'ipotetica economia emotiva, il mio modello era un disastro. E anche se in generale continuavo (e continuo) a pensare che un pessimista è solo un ottimista ben informato, c'era da riconoscere che nell'universo del caso limitato di cui discutevamo, non c'era modo di controbattere cotanta logica. E quel giorno finii per dargli ragione. Come sempre.

Poi, qualche giorno fa, molto tempo dopo quella conversazione, mi è capitato per caso di leggere un aneddoto su Schopenhauer, il re del pessimismo metafisico, che al liceo adoravo e odiavo allo stesso tempo. Risulta che mentre il filosofo faceva una passeggiata con amici per la cordigliera del Taunus, in Germania, un uccello non si seppe trattenere e finì per macchiare la candida giacca bianca di uno dei suoi compagni di passeggiata. "Lo vede?", dice il pessimista Schopenhauer, "Ho ragione con la mia teoria, viviamo nel peggiore dei mondi possibili!". "Al contrario", gli risponde l'altro, "Immagini se fossero le vacche a volare!".

E in quel momento, sorridendo in silenzio, non ho potuto non pensare a mio padre. Perchè anche lui risponderebbe sicuramente qualcosa così.

giovedì 9 settembre 2010

Rinascere

Inciampare, cadere, precipitare, sprofondare nelle viscere di quel che è stato, e scavare e perforare per tornare ossessivamente più e più volte all'inferno che ha generato il tutto, ripetutamente, insistentemente. A cercare risposte, a provare a discernere, a scomporre e ricomporre eventi, luoghi, frasi e persone. Disperatamente, come se non ne avessi mai abbastanza, come se non ci fosse mai una risposta soddisfacente. E tornare a inciampare, a cadere, a precipitare, a cercare. Una volta, un'altra, e un'altra ancora.

Per poi scoprire alla fine che non esistono risposte, ma che tornare e ritornare in modo assillante era necessario, e che era indispensabile morire ogni volta, a ogni giro, ossessivamente. Solo per poter vedere finalmente oltre l'inferno, e scoprire i colori che si celavano dietro.

Colori fatti dell'essenza stessa di te, colori che hai generato solo tu, e che solo tu puoi continuare ad alimentare.

E, finalmente, rinascere. Per l'ennesima volta. Nell'unico modo in cui si rinasce davvero.
Da sola.


venerdì 27 agosto 2010

Incroci e (s)croci

Mirar el río hecho de tiempo y agua
y recordar que el tiempo es otro río,
saber que nos perdemos como el río
y que los rostros pasan como el agua.

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Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l'acqua.

Arte poética, Jorge Luis Borges

martedì 3 agosto 2010

Il bambù giapponese

Come tutti, so che per una buona raccolta è necessaria una buona semina, buona terra, buon concime, tanta acqua e un po' di pazienza. Qualunque pianta ha bisogno di tutto questo.

Ma ce n'è una -il bambù giapponese- che farebbe perdere la pazienza persino al Dalai Lama, se questi non conoscesse il suo ciclo vitale.

A quanto pare, tu pianti un seme di bambù giapponese in una buona terra, lo innaffi con affetto, aspetti con pazienza, e per i primi mesi non succede niente. Anzi, non succede niente per i primi sette anni. Poi, al settimo anno, in sole sei settimane il bambù cresce di 30 metri in un colpo solo. Ci ha messo solo sei settimane a crescere? No. In realtà si è preso sette lunghi anni per sviluppare tutto l'apparato necessario a sostenere l'altezza vertiginosa che avrebbe acquistato in quelle sei settimane.

Esattamente in questo momento, un anno fa, tornavo dal viaggio che mi ha cambiato la vita. Sorvolando l'Atlantico, mentre attraversavo la diffuminata linea di separazione tra il giorno e la notte che divideva il cielo a metà, decisi che volevo cambiare rotta vitale.

E' passato un anno, e apparentemente non è cambiato nulla. Anzi, anche oggettivamente non è cambiato niente: stesso lavoro, stessa casa, perfino lo stesso taglio di capelli. A volte mi esaspero, perché vorrei che i cambiamenti agognati (e sudati) arrivassero il più presto possibile. Poi però, quando finalmente mi calmo, ricordo che il successo è sempre il risultato di una crescita e di una maturazione interiore, e che questa richiede tempo. Per cui, se i cambiamenti non arrivano ancora, non devo disperarmi.

Forse sto semplicemente mettendo ancora radici.