
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra


“Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale né storico definirà un non luogo".
Stazioni, aeroporti, o centri commerciali: secondo l’antropologo Marc Augé, sono non-luoghi per eccellenza.
I non luoghi si oppongono per natura ai luoghi antropologici (una piazza, una strada storica, un parco…): spazi che creano identità per la popolazione, che favoriscono e rappresentano materialmente le relazioni tra gli individui che vi abitano, e che conservano la memoria collettiva degli eventi passati.
Le stazioni o gli aeroporti non hanno niente di tutto ciò. Non creano identità per le persone che li frequentano (sono, di fatto, luoghi di passaggio e nulla di più); non rappresentano né favoriscono le relazioni umane (a nessuno viene in mente di trovare nuovi amici in stazione); e infine non rappresentano la memoria collettiva di nulla. Sono, in definitiva, solo zone di passaggio, di saluti affrettati, di solitudine sfrenata nonostante la folla, di isolamento: non luoghi.
Eppure, nei non-luoghi come stazioni o aeroporti crepita ogni giorno la vita di migliaia di persone, vi bruciano momenti cruciali: addii, rincontri, relazioni, inizi. Se penso a noi, faccio fatica a considerare una stazione un non luogo.
Ma forse Augé ha ragione, perché ieri, agli occhi di chi passava anche solo a pochi metri da noi, probabilmente non eravamo altro che un’immagine come un’altra, senza storia e senza suono. Ma io so che si sbagliavano.

Eterno ritorno. Eterno tormento? Non sempre e non necessariamente.
Alcune persone sono solite preoccuparsi di cose di cui si vorrebbero liberare, ma che continuano a perseguitarle e a ripresentarsi, sotto forme diverse, in modo ricorrente.
Poi però ci sono cose, eventi, o persone, che pensavi fossero rimaste nel passato, legate a un periodo della tua vita, e che invece ritornano, quando meno te l'aspetti, o quando più ne hai bisogno, e con una disarmante semplicità si ripresentano a te... e in qualche modo ti cambiano.
Forse perché ti ricordano, con la loro sola presenza, quello che eri tempo fa, e senza volere ti riconsegnano una parte di te che avevi perso. Così, perché sì. O forse perché le riscopri.
E allora non mi sembra così male l'eterno ritorno. Perché tra tutto quello che non avresti voluto rivedere, ma che le onde si ostinano a riportare alla riva, a volte ci sono anche persone che, invece, non avresti voluto perdere.

Una volta, tempo fa, in uno di quei momenti un po' bui che ogni tanto capitano a tutti, mi sono ritrovata a discutere di ottimismo e pessimismo con una delle mie persone preferite al mondo: mio padre.
Come tutti, so che per una buona raccolta è necessaria una buona semina, buona terra, buon concime, tanta acqua e un po' di pazienza. Qualunque pianta ha bisogno di tutto questo.
Ma ce n'è una -il bambù giapponese- che farebbe perdere la pazienza persino al Dalai Lama, se questi non conoscesse il suo ciclo vitale.
A quanto pare, tu pianti un seme di bambù giapponese in una buona terra, lo innaffi con affetto, aspetti con pazienza, e per i primi mesi non succede niente. Anzi, non succede niente per i primi sette anni. Poi, al settimo anno, in sole sei settimane il bambù cresce di 30 metri in un colpo solo. Ci ha messo solo sei settimane a crescere? No. In realtà si è preso sette lunghi anni per sviluppare tutto l'apparato necessario a sostenere l'altezza vertiginosa che avrebbe acquistato in quelle sei settimane.
Esattamente in questo momento, un anno fa, tornavo dal viaggio che mi ha cambiato la vita. Sorvolando l'Atlantico, mentre attraversavo la diffuminata linea di separazione tra il giorno e la notte che divideva il cielo a metà, decisi che volevo cambiare rotta vitale.
E' passato un anno, e apparentemente non è cambiato nulla. Anzi, anche oggettivamente non è cambiato niente: stesso lavoro, stessa casa, perfino lo stesso taglio di capelli. A volte mi esaspero, perché vorrei che i cambiamenti agognati (e sudati) arrivassero il più presto possibile. Poi però, quando finalmente mi calmo, ricordo che il successo è sempre il risultato di una crescita e di una maturazione interiore, e che questa richiede tempo. Per cui, se i cambiamenti non arrivano ancora, non devo disperarmi.
Forse sto semplicemente mettendo ancora radici.