Non ho fallito. Ho solamente tovato 10.000 modi che non hanno funzionato.
mercoledì 13 aprile 2011
martedì 8 marzo 2011
Buona festa della donna
lunedì 7 marzo 2011
Poesia dei non luoghi

“Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale né storico definirà un non luogo".
Stazioni, aeroporti, o centri commerciali: secondo l’antropologo Marc Augé, sono non-luoghi per eccellenza.
I non luoghi si oppongono per natura ai luoghi antropologici (una piazza, una strada storica, un parco…): spazi che creano identità per la popolazione, che favoriscono e rappresentano materialmente le relazioni tra gli individui che vi abitano, e che conservano la memoria collettiva degli eventi passati.
Le stazioni o gli aeroporti non hanno niente di tutto ciò. Non creano identità per le persone che li frequentano (sono, di fatto, luoghi di passaggio e nulla di più); non rappresentano né favoriscono le relazioni umane (a nessuno viene in mente di trovare nuovi amici in stazione); e infine non rappresentano la memoria collettiva di nulla. Sono, in definitiva, solo zone di passaggio, di saluti affrettati, di solitudine sfrenata nonostante la folla, di isolamento: non luoghi.
Eppure, nei non-luoghi come stazioni o aeroporti crepita ogni giorno la vita di migliaia di persone, vi bruciano momenti cruciali: addii, rincontri, relazioni, inizi. Se penso a noi, faccio fatica a considerare una stazione un non luogo.
Ma forse Augé ha ragione, perché ieri, agli occhi di chi passava anche solo a pochi metri da noi, probabilmente non eravamo altro che un’immagine come un’altra, senza storia e senza suono. Ma io so che si sbagliavano.
giovedì 3 marzo 2011
La descrizione di un attimo
lunedì 7 febbraio 2011
Filosofia della quotidianità

venerdì 24 dicembre 2010
Norbert
Es increíble la cantidad de cosas de las que llenamos nuestro tiempo sólo para darnos la sensación de existir.
Pero allí estaba él. Nunca se casó, anti-móvil, una vida donada a la cooperación, su pasión. Un solitario, se podría pensar. “Si no tienes una familia no eres nadie”, me parece oírla, mi madre. Pero aquel solitario tuvo una familia más grande y más sincera que la de cualquier otro, tuvo una vida más llena que la de cualquier otra persona que haya elegido la vía ‘normal’: decenas de viajes, manifestaciones, gestos solidarios, miradas, amigos por todo el mundo, compeñeros de una sola cerveza o de una vida entera de charlas de barra. Y la sonrisa, siempre.
Nunca quiso ser convencional, ni hacerle concesiones a la sociedad, ¿cómo iba a hacerlo con la muerte? Si no podía vivir como él quería, al carajo todo.
Y parece que ganó también esa partida. Hace un año. Hace nada.
martedì 14 dicembre 2010
Un anno dopo
"Aveva conosciuto la sua incapacità d'amore nell'enigma della palma delle sue mani mute e nelle cifre invisibili dei tarocchi e aveva cercato di compensare quel destino infame col culto bruciante del vizio solitario del potere, si era fatto vittima della sua setta per immolarsi nelle fiamme di quell'olocausto infinito, si era pasciuto della fallacia e del delitto, aveva progredito nell'empietà e nell'obbrobrio, e aveva dominato la sua avarizia febbrile e il suo terrore congenito solo per poter conservare fino alla fine dei tempi la sua pallina di vetro nel pugno, senza sapere che era un vizio senza fine la cui sazietà generava il suo stesso appetito fino alla fine di tutti i tempi signor generale, aveva saputo fin dalle sue origini che lo ingannavano per compiacerlo, che si facevano pagare per adularlo, che reclutavano con la forza delle armi le moltitudini concentrate al suo passaggio con grida di giubilo e con cartelli venali di vita eterna al magnifico che è più antico della sua età, ma imparò a vivere con quelle e tutte le miserie della gloria man mano che scopriva col passare dei suoi anni incalcolabili che la menzogna è più comoda del dubbio, più utile dell'amore, più durevole della verità, era giunto senza sorpresa alla finzione d'ignominia di comandare senza potere, di essere esaltato senza gloria e di essere ubbidito senza autorità, quando si convinse nel rivolo di foglie gialle del suo autunno che non sarebbe mai stato padrone di tutto il suo potere".
Un anno fa pensai -stupidamente e romanticamente- che questo passo de "L'autunno del patriarca" di García Márquez descriveva alla perfezione l'autunno politico di Silvio Berlusconi.
Era il 13 dicembre 2009 e Silvio, dopo mesi di scandali e infimi livelli di consenso, era assalito da un comune cittadino -un pazzo, dissero- dopo un comizio a Milano. Pensai che era vicina la fine del suo regime di puttane e giullari, e che tra uno scandalo sessuale e l'altro, era stato necessario approfittare televisivamente di un colpo d'effetto, come il gesto plateale di Massimo Tartaglia. Pensai che già non controllava più tutto il potere che aveva accumulato, e che presto sarebbe caduto, vittima dei suoi stessi eccessi, politici e personali. Mi sbagliavo.
Esattamente un anno e un giorno dopo (oggi), sembrava di nuovo che ci stessimo per liberare di lui, e invece il governo di Silvio Berlusconi ottiene la fiducia del Parlamento per soli tre voti, comprati a chissà quale prezzo.
Non voglio nemmeno immaginare la faccia di Tartaglia oggi, vedendo non solo che nel primo anniversario del suo gesto nessun giornale ha parlato di lui (tranquillo Massi, io me ne sono ricordata), ma che addirittura, esattamente un anno dopo Silvio ha beffato tutti e ha vinto di nuovo (ironia della sorte, Massi, che vuoi che ti dica!).
Approfittando della coincidenza della data, mio caro, non mi resta che consolarti ricordandoti che in Italia "cambia tutto per non cambiare niente" (come insegna il Gattopardo). Anche se Silvio avesse perso oggi, l'anno prossimo avresti voluto lanciare lo stesso souvenir a Fini.
Ad maiora (sigh!).
giovedì 9 dicembre 2010
Il lato B dell'eterno ritorno

Eterno ritorno. Eterno tormento? Non sempre e non necessariamente.
Alcune persone sono solite preoccuparsi di cose di cui si vorrebbero liberare, ma che continuano a perseguitarle e a ripresentarsi, sotto forme diverse, in modo ricorrente.
Poi però ci sono cose, eventi, o persone, che pensavi fossero rimaste nel passato, legate a un periodo della tua vita, e che invece ritornano, quando meno te l'aspetti, o quando più ne hai bisogno, e con una disarmante semplicità si ripresentano a te... e in qualche modo ti cambiano.
Forse perché ti ricordano, con la loro sola presenza, quello che eri tempo fa, e senza volere ti riconsegnano una parte di te che avevi perso. Così, perché sì. O forse perché le riscopri.
E allora non mi sembra così male l'eterno ritorno. Perché tra tutto quello che non avresti voluto rivedere, ma che le onde si ostinano a riportare alla riva, a volte ci sono anche persone che, invece, non avresti voluto perdere.
sabato 4 dicembre 2010
mercoledì 27 ottobre 2010
domenica 17 ottobre 2010
Il prezzo delle scelte

mercoledì 6 ottobre 2010
be(LIE)ve
giovedì 16 settembre 2010
Schopenhauer, l'ottimismo e mio padre
Una volta, tempo fa, in uno di quei momenti un po' bui che ogni tanto capitano a tutti, mi sono ritrovata a discutere di ottimismo e pessimismo con una delle mie persone preferite al mondo: mio padre.Io gli esponevo la mia teoria, che più o meno era questa: quando stai aspettando che succeda qualcosa nella tua vita in cui speri tantissimo, ma che non dipende direttamente da te, è meglio essere pessimisti, perché se poi quella cosa non arriva, almeno eri già preparato al peggio e non ne rimani tanto deluso, e se arriva tanto meglio. Il modello mi sembrava che non facesse una piega.
Insomma, in un'ipotetica economia emotiva, il mio modello era un disastro. E anche se in generale continuavo (e continuo) a pensare che un pessimista è solo un ottimista ben informato, c'era da riconoscere che nell'universo del caso limitato di cui discutevamo, non c'era modo di controbattere cotanta logica. E quel giorno finii per dargli ragione. Come sempre.
Poi, qualche giorno fa, molto tempo dopo quella conversazione, mi è capitato per caso di leggere un aneddoto su Schopenhauer, il re del pessimismo metafisico, che al liceo adoravo e odiavo allo stesso tempo. Risulta che mentre il filosofo faceva una passeggiata con amici per la cordigliera del Taunus, in Germania, un uccello non si seppe trattenere e finì per macchiare la candida giacca bianca di uno dei suoi compagni di passeggiata. "Lo vede?", dice il pessimista Schopenhauer, "Ho ragione con la mia teoria, viviamo nel peggiore dei mondi possibili!". "Al contrario", gli risponde l'altro, "Immagini se fossero le vacche a volare!".
E in quel momento, sorridendo in silenzio, non ho potuto non pensare a mio padre. Perchè anche lui risponderebbe sicuramente qualcosa così.
giovedì 9 settembre 2010
Rinascere
Per poi scoprire alla fine che non esistono risposte, ma che tornare e ritornare in modo assillante era necessario, e che era indispensabile morire ogni volta, a ogni giro, ossessivamente. Solo per poter vedere finalmente oltre l'inferno, e scoprire i colori che si celavano dietro.
Colori fatti dell'essenza stessa di te, colori che hai generato solo tu, e che solo tu puoi continuare ad alimentare.
E, finalmente, rinascere. Per l'ennesima volta. Nell'unico modo in cui si rinasce davvero.
Da sola.
venerdì 27 agosto 2010
Incroci e (s)croci
y recordar que el tiempo es otro río,
saber que nos perdemos como el río
y que los rostros pasan como el agua.
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Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l'acqua.
Arte poética, Jorge Luis Borges
martedì 3 agosto 2010
Il bambù giapponese
Come tutti, so che per una buona raccolta è necessaria una buona semina, buona terra, buon concime, tanta acqua e un po' di pazienza. Qualunque pianta ha bisogno di tutto questo.
Ma ce n'è una -il bambù giapponese- che farebbe perdere la pazienza persino al Dalai Lama, se questi non conoscesse il suo ciclo vitale.
A quanto pare, tu pianti un seme di bambù giapponese in una buona terra, lo innaffi con affetto, aspetti con pazienza, e per i primi mesi non succede niente. Anzi, non succede niente per i primi sette anni. Poi, al settimo anno, in sole sei settimane il bambù cresce di 30 metri in un colpo solo. Ci ha messo solo sei settimane a crescere? No. In realtà si è preso sette lunghi anni per sviluppare tutto l'apparato necessario a sostenere l'altezza vertiginosa che avrebbe acquistato in quelle sei settimane.
Esattamente in questo momento, un anno fa, tornavo dal viaggio che mi ha cambiato la vita. Sorvolando l'Atlantico, mentre attraversavo la diffuminata linea di separazione tra il giorno e la notte che divideva il cielo a metà, decisi che volevo cambiare rotta vitale.
E' passato un anno, e apparentemente non è cambiato nulla. Anzi, anche oggettivamente non è cambiato niente: stesso lavoro, stessa casa, perfino lo stesso taglio di capelli. A volte mi esaspero, perché vorrei che i cambiamenti agognati (e sudati) arrivassero il più presto possibile. Poi però, quando finalmente mi calmo, ricordo che il successo è sempre il risultato di una crescita e di una maturazione interiore, e che questa richiede tempo. Per cui, se i cambiamenti non arrivano ancora, non devo disperarmi.
Forse sto semplicemente mettendo ancora radici.
venerdì 30 luglio 2010
Voglio una panchina
Più di una volta, più di una persona, più o meno gentilmente o scocciata, mi ha chiesto che cosa mai cerco in un uomo. A quanto pare la mia singlitudine preoccupa amici e parenti.
Sono passati dai classici: "Vuoi cose che non esistono", o "Non sai neanche tu che cosa cerchi", al ben più folklorico: "Mo' le jamm a fabbricà a la furnace de Femminella" (tradotto: se nel mondo reale non esiste nessuno di tuo gradimento, incaricheremo uno stampino del modello di uomo da te prescelto a Femminella, titolare di una famosa fornace di Chieti e lo faremo su misura per te). Quest'ultima frase in particolare è una vita che la sento dire, giacché la fortunata autrice è mia madre... anche se non ho mai capito chi cavolo è 'sta portentosa Femminella.
Insomma, me l'hanno chiesto così tante volte, che alla fine me lo sono chiesta anch'io. E la risposta è stata sconcertante: no answer. Il vuoto. Il nulla.
Fino a ieri sera, quando, tornando a casa, ho incrociato una coppia di anziani che si godevano il fresco su una panchina, mano nella mano. Premetto che ero sotto gli effetti nefasti della sindrome premestruale, che altera le percezioni. Però guardandoli, la prima cosa che ho pensato è che dovevano averne passate veramente di tutti i colori: nell'arco di una vita chissà quante liti, quanti dispiaceri, forse pure varie corna -in caso, spero bilaterali- o qualche separazione.
Eppure, lui la guardava come se lei fosse l'ultima cosa bella rimasta al mondo. E finalmente ho capito.
Voglio una panchina.
lunedì 26 luglio 2010
Lunedì
Arrivi al lavoro trafelata con i consueti 20 minuti di ritardo, lavori senza sosta fino al pomeriggio, ti precipiti a fare qualche commissione urgente, fai la spesa per le prossime due settimane, parli al telefono fino a prosciugarti…
Ti fermi un attimo. E’ il primo di tutta la giornata.
Il sole fuori è ancora splendido, fa un caldo tremendo, decisamente è arrivata l’estate.
Ciononostante, un’improvvisa tristezza ti invade, quella repentina sensazione che ti manchi la terra sotto i piedi. Il motivo si nasconde nelle viscere dell’anima, sai dov’è, ma per un’irriducibile codardia non lo vuoi scovare.
Finalmente dai una risposta all’irrimediabile malinconia, anche se sai perfettamente che non è la verità: è lunedì.
sabato 17 luglio 2010
Volver
I ritorni sono sempre un po' ambigui: tu non sei più la stessa, i posti sono sempre quelli, sì, eppure sono cambiati, le persone magari sembrano non cambiare mai, ma sai che non è così (in fondo, se il tempo ti è passato sopra, trasformandoti, perchè non avrebbe dovuto fare lo stesso con gli altri?).Non nego che in passato la nostalgia mi ha giocato degli scherzetti. Ma solo in passato: quando non sapevo ancora che il tempo inganna, che la mente opacizza i cattivi ricordi ed esalta quelli buoni, che la memoria, in realtà, è un costrutto positivizzato e che grazie a questo artificio riusciamo a sopportare il passato.
"Al lugar donde has sido feliz no debieras tratar de volver", dice il grande Joaquín Sabina. Ovvero, non cercare mai di tornare nel posto dove sei stato felice. Perchè tu non sarai più lo stesso, il luogo nemmeno, e se vai nella speranza di ritrovare quello che fu, potrai solo restarne deluso.
Ti sbagli, Sabina. Ora so come funziona, dai miei ritorni non mi aspetto più di ricreare il passato, e il meccanismo insidioso della nostalgia non mi inganna più.
Qualche anno in più servirà pure a qualcosa.
lunedì 12 luglio 2010
La strategia del terrore
“Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia, ma non sa quello che trova”. Saggezza popolare docet. Mmm… Sì e no. Questo detto non mi ha mai convinta più di tanto.Soprattutto in contesti di crisi (economica, emotiva, d'identità, vale per tutte le crisi insomma), i messaggi che il mondo e le persone vicine mi mandano a volte sembrano un’enorme cospirazione del terrore: “Non farlo, non buttarti, non andare, non osare”. Fino ad arrivare al colorito: "Statt nghi si pochi guaje" (Pargola, resta con i pochi guai che hai, ndt). Dilemma dei dilemmi: saltare o non saltare?
Davanti a tanta –forse saggia- prudenza, preferisco di gran lunga ricordare una frase che mi disse tempo fa un caro amico: “No puedes saber si va a salir bien hasta que no des el paso”. Ovvero: “Non puoi sapere se andrà bene finché non lo farai”.
Se c’è una cosa che ho sempre saputo è che non sopporto vivere nel dubbio. E se c'è una cosa che sopporto ancora meno che vivere nel dubbio è l’idea di rendermi volontariamente vittima di una strategia del terrore che ogni capo del Governo di ogni tempo conosce (da Cossiga a Bush o al Berlusca): creare un clima di paura per costringere la massa a continuare nella mediocrità.
Non provare non solo non sarebbe da me. Non è da persone libere.
Inizi...

Il perchè non è difficile da trovare: la felicità risiede nella sala d'attesa della felicità stessa. Chiunque abbia almeno un po' di esperienza di vita ne è cosciente, però se qualche scettico voleva una conferma scientifica, ci pensa il buon Eduard Punset a dimostrarlo.
Iniziare o rincorrere qualcosa -qualunque cosa- è di gran lunga più piacevole che raggiungerlo, si sa. Non solo perchè la realtà è quasi sempre più deludente di quel che ci si era immaginati, ma probabilmente anche perchè è nella natura stessa dell'essere umano cercare continuamente sfide nuove. Sarà per il bisogno di sentirsi vivi, chissà.
Tutte queste pippe semplicemente per dire che lo stesso vale per questo umile blog, a cui non credo che potrò dedicare moltissimo tempo, ma mi entusiamo anche solo all'idea di iniziarlo...







